Un’epoca di restaurazione
Tassare e spendere, sperando in un’Europa che chiuda un occhio
Chiusa la parentesi lunga dodici mesi del governo Monti, l’esecutivo guidato da Enrico Letta per ora si attiene agli standard di politica economica in voga prima dell’arrivo dirompente di bocconiani e soci: i ministri espressione della grande coalizione, a giudicare dalle loro prime uscite ufficiali, devono rispettare i parametri europei e non possono discostarsi più di tanto dalle linee del vecchio esecutivo, ma per quel che possono tassano, spendono e rinviano le riforme economiche, come nell’èra pre-tecnocratica.
8 AGO 20

Chiusa la parentesi lunga dodici mesi del governo Monti, l’esecutivo guidato da Enrico Letta per ora si attiene agli standard di politica economica in voga prima dell’arrivo dirompente di bocconiani e soci: i ministri espressione della grande coalizione, a giudicare dalle loro prime uscite ufficiali, devono rispettare i parametri europei e non possono discostarsi più di tanto dalle linee del vecchio esecutivo, ma per quel che possono tassano, spendono e rinviano le riforme economiche, come nell’èra pre-tecnocratica. Sui risultati del governo Monti, che si insediò nel novembre 2011, all’apice della crisi finanziaria, quando lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi era a 570 punti, si hanno legittimamente idee diverse. Ciò nonostante, a chiunque risulterà difficile negare che quella oggi in corso è una mezza restaurazione nel modo di fare politica economica.
L’eliminazione dell’Imu sulla prima casa merita un discorso a sé. Questo è il patto obbligato della grande coalizione tra Pd e Pdl (un punto che mette d’accordo perfino i vendoliani), è un’intesa politica più che una riforma economica. Anzi, è l’anno Domini del ritorno della politica, il segno che l’incubo del rigore fiscale è terminato. Almeno in apparenza, considerato pure che l’Imu a oggi è sospesa più che eliminata e che le risorse per la copertura sono tutt’altro che assicurate.
Ma l’atmosfera di restaurazione l’hanno fiutata per prime le “parti sociali”. Monti aveva messo in chiaro che “consociativismo” e “concertazione” erano roba vecchia. Erano inefficienti innanzitutto, considerati i ritmi accelerati dell’economia mondiale, e pure anti democratiche (chi lo rappresenta l’interesse generale? e gli outsider senza tessere?). Addio riunioni a Palazzo Chigi con industriali e sindacati che dettano la linea al governo, era il mantra. Adesso invece Confindustria, Cgil, Cisl e Uil hanno tirato un sospiro di sollievo. Il disboscamento dei tagli ai sussidi statali alle imprese è un dossier completamente imboscato. Poi in fretta, sotto elezioni, burocrazie industriali e sindacali si sono accordate tra loro per annacquare i criteri decisi da Monti per attivare gli sgravi sulla produttività: meno condizioni da rispettare, ora, più soldi pubblici da gestire. Con altrettanta fretta si sono trovati sulla rappresentanza in fabbrica, celebrando un “accordo storico” (sull’Unità come sul Sole 24 Ore) che completa l’ultima intesa corale, risalente guarda caso al giugno 2011, sempre nell’èra pre-tecnocratica. Se questo accordo storico risolleverà le sorti di padroni e lavoratori, lo vedremo presto. Dubitare è lecito.
D’altronde si vorrebbe scacciare anche lo spirito della riforma delle pensioni dell’ex ministro Elsa Fornero, riforma attesa da decenni e salutata in tutto il mondo, oltre che vero grimaldello per risparmi di spesa qui e ora. Adesso si parla di età pensionabile “flessibile”, e il governo discute di “staffetta generazionale”, come se il numero di posti di lavoro nel paese fosse fisso, rendendosi perciò necessario cacciare un anziano per assumere un giovane. Nei fatti, dicono gli economisti, non si creeranno posti di lavoro. Ma intanto si torna indietro sull’età pensionabile. Sul lavoro, più in generale, è scomparso dal dibattito pubblico lo scambio virtuoso tra più flessibilità per tutti e sussidi universali per ciascuno. Nei paesi del nord, anche quelli scandinavi che si portano tanto nei talk-show di grido, attuare quello scambio vuol dire proteggere il lavoratore e non il posto di lavoro. Utile quando sei in un’economia che necessita di una ristrutturazione produttiva. Questo governo però ha invertito la rotta (che già Monti a dire il vero aveva rivisto, non arrivando all’abrogazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori): ora, con premier Letta, due Consigli dei ministri e due decreti per rifinanziare la Cassa integrazione in deroga. Addio Aspi, come si chiamava il primo nucleo di ammortizzatore universale introdotto da Fornero, arrivederci a chissà quando con la riforma dei criteri per attingere ai soldi pubblici della Cig in deroga.
La “lezione” del professor Monti non è piaciuta troppo al cinismo degli italiani, lo dimostra il fatto che il partito Scelta civica ha raccolto meno consensi del previsto, però su un punto almeno fu tanto ripetitiva da diventare chiara per tutti: le tasse scenderanno soltanto quando calerà anche la spesa, visto che più debito pubblico non possiamo permettercelo. Ora l’Imu slitta, e i tagli? L’aumento dell’Iva previsto tra 20 giorni non è detto nemmeno che slitti, per ora infatti non si è trovata la copertura necessaria. Monti nel 2012 tagliò 4,5 miliardi di spesa, e altri 10,5 su quest’anno; soltanto così acconsentì a rinviare l’aumento dell’Iva ereditato dal governo precedente.
Il tandem “meno spesa pubblica-meno tasse”, che pure agli italiani in teoria piace, d’un tratto è soltanto un ricordo. L’Italia da dieci giorni scarsi è uscita dalla procedura europea di infrazione per deficit eccessivo – non certo grazie al rifinanziamento della Cig in deroga stabilito dalla grande coalizione –, e l’austerity è solo un bersaglio polemico che si allontana. Oggi si preferisce ragionare sulle “nuove risorse” che sarà possibile spendere d’ora in poi, anche se il ministro degli Affari europei, Enzo Moavero Milanesi, si è permesso di ricordare che sempre sotto un rapporto deficit/pil del 3 per cento dovremo restare. Ma Moavero evidentemente è un guastafeste, eredità dell’èra tecnocratica, quindi meglio non pensarci su. Heri dicebamus: quanto e come spendiamo?
La lotta all’evasione fiscale, invece, gli italiani se la ricordano eccome. Una via di mezzo tra lassismo e astio anticontribuente è possibile, ma dalle elezioni a oggi si è perso di vista un “tesoretto” che il governo Monti stava accumulando facendo pagare più tasse a chi deve. Si sta accumulando ancora? Adesso 6.000 comuni daranno il benservito a Equitalia, dicono che è meglio riscuotere i tributi da soli. Il contribuente forse si accorgerà troppo tardi, però, che dietro il buonismo di oggi c’è la tassa di domani, visto che per il Corriere della Sera i comuni prevedono di versare agli esattori privati un aggio che è tre volte quello versato a Equitalia.
La grande coalizione dai toni spendaccioni, infine, si è riposizionata in Europa. Adesso l’alleanza prediletta è quella con i cugini mediterranei – francesi o spagnoli che siano, purché indebitati e indietro con le riforme. Raggiungere assieme al debole presidente Hollande una modifica (necessaria) delle politiche europee sarà difficile. Chi rammenta, oggi, il Monti che a sorpresa si alleava con le liberali Londra e Amsterdam per spingere Angela Merkel ad aprire davvero il mercato tedesco dei servizi? Lo stesso Monti che tra Asia e medio oriente non si risparmiava nei “road show” per attirare investitori stranieri in Italia. Non fu sempre un successo, anzi. Ma sempre meglio del silenzio autarchico in cui la grande coalizione continua a sfornare comitati di “saggi”.